nicola cordella d'addario

Ornamento e pregiudizio

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Nel 1908 Adolf Loos scrive che l’evoluzione della cultura procede di pari passo con la scomparsa dell’ornamento dagli oggetti d’uso.[^1] È una delle frasi più citate e meno lette della storia dell’architettura moderna: citata come sentenza, raramente letta come sintomo. Perché se si guarda a cosa Loos chiama davvero “delitto” — non la spirale, non il fregio, ma il tempo di lavoro sottratto all’operaio che intaglia, l’energia della ricamatrice spesa su un oggetto che invecchia prima di lei, il tatuaggio del “papuano” evocato come segno di un’umanità che deve ancora attraversare la storia per diventare civile — ci si accorge che l’argomento non è mai stato estetico. È un argomento sul tempo, sulla classe, e su una gerarchia che nel 1908 si poteva ancora chiamare razziale senza arrossire. Loos non ha dimostrato che l’ornamento sia brutto. Ha dimostrato che gli dava fastidio, e ha vestito quel fastidio da legge storica.

Per questo il titolo che propongo non è una battuta: ornamento e pregiudizio, non delitto. Non perché l’ornamento sia innocente — ma perché la sentenza che lo condanna è quella a doversi giustificare.

Il muro che finge di non vestirsi

Mark Wigley, in uno dei libri più scomodi mai scritti sul moderno, smonta pezzo per pezzo l’idea che il muro bianco del razionalismo sia neutralità.[^2] Non lo è: è un abito che si finge nudità. Gli architetti del movimento moderno — lo dimostra Wigley leggendo i loro stessi scritti, i loro stessi cantieri — non hanno tolto il vestito all’edificio. Ne hanno disegnato uno nuovo, monocromo, teso, atletico, e lo hanno chiamato assenza di vestito. Il muro bianco è la menzogna più riuscita del Novecento architettonico: non l’assenza di rivestimento, ma un rivestimento che ha smesso di ammettere di esserlo.

Ecco perché l’architettura contemporanea, erede diretta di quella menzogna, sembra mancare di qualcosa anche quando è tecnicamente ineccepibile. Non le manca l’ornamento. Le manca un linguaggio che ammetta di volerne uno, e che sappia ancora dire perché.

Come nasce un ornamento: la colonna che ricorda il legno

Per capire cosa si è perso bisogna tornare a come l’ornamento è nato, non a come è morto. Vitruvio racconta già che l’ordine dorico deriva dalla trasposizione in pietra di un sistema costruttivo ligneo: il triglifo che ricorda la testata della trave, la gutta che ricorda il perno. È l’archeologo e teorico tedesco Karl Bötticher, nel suo Die Tektonik der Hellenen, a dare a questo processo un nome preciso e una struttura concettuale che vale la pena tenere a portata di mano.[^3] Bötticher distingue tra Kernform — la forma-nucleo, la necessità meccanica grezza, il palo che regge davvero — e Kunstform — la forma-arte, il rivestimento simbolico che rappresenta quella necessità dopo che è stata astratta, canonizzata, resa linguaggio. Il triglifo dorico non regge più nulla: commemora una trave che un tempo c’era, in un punto in cui ora c’è solo pietra. È memoria costruttiva pietrificata in ornamento.

Lo stesso meccanismo, in scala domestica, produce le boiserie degli interni Tudor. Il motivo geometrico che decora i pannelli lignei non è un capriccio applicato: è la logica dell’incastro resa visibile, un disegno che nasce dalla necessità di isolare termicamente una parete di pietra grezza e di rifinirla, e che via via si stacca da quella necessità per diventare disegno autonomo, trasmissibile, insegnabile. L’ornamento nasce come processo logico. Resta come memoria. Diventa, a sua volta, un elemento del progetto — qualcosa che si può disegnare anche quando la ragione originaria è scomparsa.

Il rovesciamento: quando la nudità diventa il nuovo travestimento

Qui però il discorso si può — anzi si deve — portare all’estremo opposto. Perché se l’ornamento tettonico è una menzogna che ha smesso di nascondersi, cosa dire della parete “nuda” che l’architettura contemporanea eleva a valore etico? Il mattone a vista, la pietra a faccia vista, sono davvero un’affermazione di verità costruttiva nel momento in cui il primo è in realtà un pannello ventilato appeso a un cappotto termico, e la seconda una lastra sottile ancorata meccanicamente a una sottostruttura che nessuno vede?

John Ruskin aveva già individuato il problema, un secolo e mezzo fa, con un rigore quasi moralistico: nel capitolo La lampada della verità delle Sette lampade dell’architettura, condanna la pietra dipinta per sembrare legno, il ferro dipinto per sembrare pietra, come una forma di menzogna architettonica — la suggestione di un supporto che non esiste.[^4] Applichiamo lo stesso criterio, senza sconti, alla facciata contemporanea in laterizio a vista che finge — attraverso lo spessore, la giunzione, l’ombra portata — una massa muraria che in cantiere non c’è mai stata. È esattamente la stessa suggestione che Ruskin condannava. Solo che oggi la chiamiamo cultura tettonica, non finzione.

Kenneth Frampton, nel suo Studies in Tectonic Culture, ha dato a questa cultura un nome nobile e un lignaggio filosofico: il tettonico come rappresentazione onesta del fare costruttivo, opposto allo scenografico.[^5] Ma la linea che Frampton traccia tra i due termini è, se la si guarda con la stessa spietatezza con cui Wigley guarda Loos, la medesima linea di classe. Chi riveste la cucina con piastrelle in gres che imitano il mattone di argilla viene ridicolizzato come kitsch. Chi riveste la facciata con laterizio a vista appeso a un cappotto viene premiato in rivista come cultura tettonica. È lo stesso identico gesto — vestire una struttura che non regge quello che sembra reggere — giudicato con due pesi diversi, a seconda di chi lo compie e per chi.

L’arazzo, l’affresco, e la cesura che conta davvero

C’è un precedente a tutto questo che rende la faccenda ancora più interessante, e che tocca direttamente il pannello Tudor citato sopra: l’arazzo. Assolve la stessa funzione tecnica — isolamento, schermatura, rifinitura di una parete grezza — ma nessuno lo considera falso, o kitsch, o menzognero. È già opera d’arte nel momento stesso in cui nasce come soluzione tecnica.

La storiografia dell’arte ha individuato un momento preciso in cui qualcosa si rompe: quando l’arte si stacca dalla parete. Prima, l’affresco non era decorazione applicata a posteriori a un intonaco neutro. L’intonaco andava comunque steso — era una necessità tecnica, non una scelta estetica — e quella necessità diventava l’occasione per raccontare qualcosa: una storia sacra, una genealogia, un’allegoria di governo. Rivestimento e narrazione erano la stessa identica operazione, non due fasi in sequenza. Nessuno chiedeva all’intonaco di “essere neutro”; nessuno immaginava che potesse esserlo.

Oggi nessuno direbbe che l’intonaco a vista, lasciato parlare solo della propria materia, non possa essere una scelta legittima. Lo è. Ma è una scelta — non un default neutro, non l’assenza di decisione che spesso finge di essere. La materia può restare muta per l’osservatore medio; a volte l’architettura la fa parlare, a volte no. Il problema del contemporaneo non è aver scelto il silenzio. È aver dimenticato che il silenzio è una forma di discorso quanto la parola, e va deciso con la stessa consapevolezza.

Cosa resta, davvero: non finzione contro verità, ma linguaggio contro analfabetismo

Tutto questo — Bötticher, Ruskin, Frampton, l’arazzo, l’affresco — converge su un solo punto, ed è il punto in cui il pezzo doveva arrivare fin dall’inizio: il problema non è mai stato se vestire una struttura. Si è sempre fatto, da Semper in poi sappiamo che il rivestimento tessile precede persino concettualmente il muro portante, e la pretesa “onestà tettonica” non ha alcun primato ontologico su di esso — sono entrambi, sempre, gesti di vestizione.

Il problema reale è che decorazione e costruzione si sono completamente scisse nella pratica contemporanea. Non perché si sia scelto di rivestire — lo si è sempre fatto — ma perché oggi si preferisce un dettaglio copiato da un catalogo di rivenditore a un lavoro artigianale che sappia ancora cosa sta rappresentando. Il pannello Tudor commemorava un incastro reale. L’arazzo raccontava una storia vera per chi lo commissionava. Il dettaglio da rivenditore non discende da nessun processo, nemmeno immaginario: è un motivo comprato a metro lineare, senza relazione con come l’oggetto è davvero assemblato. Ed è proprio in questo vuoto — non nell’assenza di ornamento, ma nell’assenza di un ornamento che sappia dire qualcosa — che il popolo, vero fautore dell’architettura quando se ne riappropria, precipita nel kitsch: non perché ne mette troppo, ma perché insiste dove dovrebbe suggerire, accumula segni che non rimandano più a nessun referente. È la stessa patologia del muro bianco represso, rovesciata di segno: muto per eccesso invece che per sottrazione.

La spesa va bene, il lavoro va bene. Ma cosa dicono, allora, gli spazi in cui viviamo?

Coda: Le Corbusier e il sellaio

Quando Le Corbusier, il modernista per eccellenza, decide a un certo punto della sua carriera di dipingere le pareti dei suoi edifici con le sue peintures murales, non sta commettendo un tradimento verso i propri principi. Sta ammettendo, in silenzio e senza mai dirlo apertamente, che il modernismo può essere manchevole. Non è un difetto. È una parete in attesa — in attesa di qualcuno che decida, finalmente, cosa farle dire.

Ma è lo stesso Loos, molti anni prima, a fornire — senza saperlo — la chiusura più tagliente di questo ragionamento. Nel racconto Il mastro sellaio, pubblicato nella rivista Das Andere nel 1903, Loos narra di un artigiano che fabbrica selle bellissime, diverse da tutte quelle dei secoli precedenti, senza saperlo: le fa e basta, meglio che può.[^6] Un giorno arriva in città un movimento — lo chiama Secessione — che promette di insegnare cosa sia davvero “moderno”. Il sellaio, incuriosito, porta la sua sella migliore al capo del movimento, ormai automaticamente promosso “professore”, e gli chiede: è moderna, questa sella? Il professore risponde con un lungo discorso pieno di parole come arte applicata, individualità, fantasia — e la sentenza è: no. Il sellaio ci prova e riprova, ma il risultato è sempre la sua vecchia sella. Il professore, per aiutarlo, assegna ai suoi allievi un compito: progettare una sella. Il giorno dopo il sellaio si trova davanti quarantanove progetti. Li osserva a lungo. E capisce.

Il punto di questo racconto, di solito, si legge come Loos vuole che lo si legga: l’artigiano onesto contro l’accademia che inventa problemi dove non ce ne sono. Ma c’è una domanda che Loos non si è mai posto, ed è la stessa che chiude questo pezzo: cosa fa davvero il sellaio, quando cuce a sella — il celebre punto a doppio ago che unisce due pelli — invece di nasconderlo? Non lo nasconde. Lo espone, lo rende leggibile, lo rende quasi un motivo. Non sta commemorando, come il triglifo, una necessità che non c’è più: sta dichiarando, in presenza, una necessità che c’è ancora. È un segno diverso da quello del triglifo — non ricorda, denuncia — ma è comunque un segno. È comunque ornamento.

Loos ammira il sellaio proprio perché, senza saperlo, sta facendo la stessa operazione semiotica che altrove condanna: trasforma un fatto costruttivo in un discorso leggibile. La differenza tra il fregio dorico e la cucitura a vista non è tra ornamento e sua assenza. È tra un segno che ricorda e un segno che dichiara. Loos ne odia uno e ama l’altro, senza accorgersi che sono la stessa cosa.

L’impronta della costruzione, fiorita o nuda, è sempre un discorso. L’unica vera colpa è pretendere che il silenzio sia neutralità.


Note

[^1]: Adolf Loos, “Ornamento e delitto,” in Parole nel vuoto, trad. Sonia Gessner (Milano: Adelphi, 1972). [^2]: Mark Wigley, White Walls, Designer Dresses: The Fashioning of Modern Architecture (Cambridge, MA: MIT Press, 1995). [^3]: Karl Bötticher, Die Tektonik der Hellenen, vol. 1 (Potsdam: Ernst & Korn, 1852). [^4]: John Ruskin, The Seven Lamps of Architecture (London: Smith, Elder & Co., 1849), cap. 2, “The Lamp of Truth.” [^5]: Kenneth Frampton, Studies in Tectonic Culture: The Poetics of Construction in Nineteenth and Twentieth Century Architecture, cur. John Cava (Cambridge, MA: MIT Press, 1995). [^6]: Adolf Loos, “Il mastro sellaio,” in Parole nel vuoto, trad. Sonia Gessner (Milano: Adelphi, 1972). Il racconto apparve originariamente sulla rivista Das Andere, n. 1, Vienna, 1903, ed è una satira diretta contro Josef Hoffmann e la Secessione viennese — non, come talvolta si ricorda in modo impreciso, contro il Bauhaus, fondato solo nel 1919, sedici anni dopo.